ARCI COMO Web tv Palinsesto\ 30 0ttobre\ Musa Drammeh\ In Costa d’Avorio democrazia in pericolo

Il prossimo 31 ottobre si celebreranno le elezioni che porteranno all’elezione del nuovo Presidente della Costa d’Avorio. Un avvenimento importante che rischia di passare inosservato nonostante negli ultimi 10 anni la diaspora degli ivoriani sia stata particolarmente significativa. A inizio anno l’Italia ha firmato un accordo con la Costa d’Avorio calcolando che il 10% degli immigrati giungono proprio da quel paese. Un protocollo firmato dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese con il quale si stabiliscono importanti rapporti di collaborazione e obiettivi comuni.

Il prossimo 31 Ottobre si celebreranno le elezione che porteranno all’elezione del nuovo presidente della costa d’Avorio, un avvenimento che rischia di passare inosservato all’opinione pubblica. Al centro c’è ostilità del presidente uscente di ricandidarsi per il terzo mandato. I rivali e molti cittadini ivoriani non hanno accolto affatto bene la decisione di Ouattara di ripresentarsi per un terzo mandato, perché lo ritengono incostituzionale, dopo la sua modifica che era avvenuto a gennaio scorso. Per le elezioni presidenziali del 31 ottobre secondo la rivista nigrizia – erano in corsa 40 candidati- . Purtroppo il consiglio costituzionale, che è agli ordini di Ouattara, ha rifiutato tutti questi candidati compresi quelli dell’ex presidente Laurent Gbagbo (2000-2010) e dell’ex presidente dell’assemblea nazionale Soro Kigbafori Guillaume, selezionando 4 candidati, compreso lui stesso, Konan Kouadio Bertin (KKB), l’ex presidente della Repubblica del 1993-1999 Henri Konan Bédié, e l’ex primo ministro Affi N’guessan. Gli ivoriani si preparano ad eleggere un nuovo presidente della Costa d’Avorio, ma l’attuale situazione politica in Costa d’Avorio assomiglia a una serie di episodi infiniti: la malafede del regime di Alassane Ouattara, il presidente uscente, mette in difficoltà lo svolgimento democratico delle elezioni. Secondo molti Ivoriani Ouattara, dimentica che i tempi sono cambiati, e che gli ivoriani non vogliono più sperimentare ciò che hanno sofferto nel 2010 a causa della crisi post-elettorale, cioè la guerra.

Vi proponiamo un video documentario girato della rai che ripercorre quella pagina triste della storia del Costa d’Avorio per cui molti temono il ritorno della guerra civile. Dunque nel 1999 Alassane Ouattara sostenne un colpo di stato militare che rovesciò il presidente Henri Konan Bédié e finanziariamente una ribellione militare che causò la morte di diverse migliaia di ivoriani mentre Gbagbo Laurent era ancora al potere. Ribellione durata fino al 2010, anno in cui si svolsero le nuove elezioni. Il vincitore di queste elezioni fu il presidente in carica Laurent Gbagbo, ma la comunità internazionale e la Francia “insediarono” Ouattara, molto amico dell’ex presidente Nicolas Sarkozi. A seguito di queste elezioni scoppiò una guerra senza precedenti che causò più di 3000 morti e il signor Gbagbo venne portato da Quattara dinnanzi alla Corte internazionale di Giustizia.

La costituzione ivoriani fissa due mandati. ma quest’anno Ouattara ha deciso ancora una volta di sfidare il popolo ivoriano e la comunità internazionale imponendosi per un terzo mandato, calpestando quindi la Costituzione, che all’articolo 55 sancisce: “Il Presidente della Repubblica è eletto per cinque anni a suffragio universale diretto. Può essere rieletto solo una volta“. ciò nonostante Quattara si candida per la terza volta. Infatti, da quando Alassane Dramane Ouattara ha annunciato la sua candidatura – si sono svolte diverse manifestazioni pubbliche, proprio per il rifiuto di questa candidatura, causando già 35 morti sul territorio nazionale – secondo un quotidiano locale. Nonostante l’intervento di diverse ONG e istituzioni internazionali, come l’Unione Europea e l’Africa, Ouattara persiste con la sua campagna elettorale. Intanto i suoi oppositori hanno attivato il boicottaggio e la disobbedienza civile per bloccare il processo elettorale. Il video seguente girato dell’Aljazeera racconta il clima che si sta vivendo nel paese a partire delle manifestazione in piazza. Dunque gli effetti delle proteste nelle strade si stanno facendo sentire già da mesi. Le violenze scoppiate a partire dal giorno dopo l’annuncio della ricandidatura del presidente uscente, che hanno già fatto almeno 14 morti (secondo fonti interne sarebbero invece una trentina) e centinaia di feriti; e poi gli appelli dell’opposizione a boicottare le elezioni.

Nonostante l’intervento di diverse ONG e istituzioni internazionali, come l’Unione Europea e l’Africa, Ouattara persiste con la sua campagna elettorale. Intanto i suoi oppositori hanno attivato il boicottaggio e la disobbedienza civile per bloccare il processo elettorale. Eppure Ouattara sembra sordo e muto, persino alle sollecitazioni di Emmanuel Macron. Anche da lui è arrivato l’invito a rinviare le elezioni in programma il 31 ottobre. Il presidente francese è sempre stato alleato di Ouattara ma ovviamente teme di coinvolgere nuovamente la Francia così come avvenne nei giorni del conflitto civile iniziato dopo le elezioni del 2010. Furono i soldati francesi, infatti, ad arrestare Laurent Gbagbo, che rifiutava la sconfitta, liberando così la strada a Ouattara.

In realtà, pure stavolta, i nemici di Ouattara hanno le armi affilate. A cominciare dal candidato dell’opposizione Kodian Bédié, per due volte capo dello stato e destituito con un golpe nel 1999. A capo del Pdci (Partito democratico della Costa d’Avorio) Bédié si sta rivelando un osso duro. «Questo paese non è un regno» ha detto in una intervista rilasciato ai quotidiani nazionale, criticando aspramente la candidatura al terzo mandato e invitando alla disobbedienza civile. Altra spina nel fianco – una volta amico – di Ouattara, è Guillaume Soro, ex presidente dell’Assemblea nazionale ma ora rifugiatosi in Francia per sfuggire all’arresto con l’accusa di sottrazione di fondi pubblici. Infine, l’avversario storico, Laurent Gbagbo, che a seguito della crisi del 2010-2011 ha affrontato la Corte penale internazionale con l’accusa di crimini contro l’umanità, ma è stato poi rilasciato nel 2019. Oggi Gbagbo lotta anche per il diritto di votare nel suo paese. Interdizione che è stata contestata dalla Corte africana dei diritti umani, che ha chiesto allo stato ivoriano di “rimuovere immediatamente tutti gli ostacoli che impediscono a Gbagbo di essere sul registro nazionale dei votanti”. E a far ben comprendere il clima di tensione che esiste nel paese c’è l’intervista in esclusiva rilasciata a France 24 il 1° ottobre da Simone Gbagbo, moglie dell’ex presidente e vicepresidente del Fronte popolare ivoriano. Anche per lei l’esperienza del carcere, nove anni, fino all’ amnistia. L’esponente politico ribadisce che la terza candidatura di Ouattara è incostituzionale, afferma che Gbagbo ha il diritto di tornare nel suo paese (al momento, dopo il pronunciamento della Cpi si trova in libertà condizionata in Belgio), e dice chiaramente: «non solo Ouattara mette in pericolo la democrazia e lo stato di diritto, ma calpesta la Costituzione. Le sue reazioni sono molto brutali e questo non è tollerabile. Il mio partito ha le stesse posizioni di quelle di Bédié e Soro. Abbiamo formato un fronte unito dell’opposizione che dice la stessa cosa: non possiamo andare alle elezioni nelle condizioni attuali».

Gli oppositori di Ouattara chiedono che ritiri la sua candidatura e affermano, continua Simone Gbagbo, che «non ci saranno elezioni, finché le condizioni attuali non saranno cambiate». L’ex first lady sembra aver parlato dunque anche a nome, non solo di Bédié, ma anche degli altri due candidati: Pascal Affi N’Guessan, ex primo ministro, oggi leader ufficiale dell’Fpi (Fronte popolare ivoriano), il partito fondato da Gbagbo e Kouadio Konan Bertin, candidato indipendente. Ouattara rimane al momento rigido sulle sue posizioni, nonostante gli avvertimenti non solo dell’amico Macron, ma anche di rilevanti esponenti del mondo politico, accademico e della società civile africana. Un rinvio delle elezioni – secondo le norme costituzionali – non dovrà andare oltre il 13 dicembre di quest’anno, data in cui il nuovo presidente dovrà prestare giuramento per evitare un vuoto di potere. Ouattara rimane al momento rigido sulle sue posizioni, nonostante gli avvertimenti non solo dell’amico Macron, ma anche di rilevanti esponenti del mondo politico, accademico e della società civile africana. Un rinvio delle elezioni – secondo le norme costituzionali – non dovrà andare oltre il 13 dicembre di quest’anno, data in cui il nuovo presidente dovrà prestare giuramento per evitare un vuoto di potere. Rinvio che, seppur breve, avrebbe lo scopo di riportare il dialogo al centro. La diplomazia africana – dicono gli esperti – è oggi la parte deputata a risolvere questioni di questo genere, evitando ingerenze occidentali che, come si sa, hanno spesso lasciato i paesi in crisi in condizioni ancora peggiori. L’Africa occidentale – già in pericolo per l’instabilità dell’area del Sahel – non ha bisogno di un ulteriore declino della democrazia. Ma al momento sembra che nessuno riesca a far ragionare Ouattara e a fargli ammettere che il rischio di una guerra civile nel paese che vorrebbe ancora rappresentare è molto alto.

Le elezione presidenziali in costa d’avorio interessano anche all’Italia. Infatti all’inizio anno l’Italia ha firmato un accordo con la Costa d’Avorio calcolando che il 10% degli immigrati giungono proprio da quel paese. Un protocollo firmato dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese con il quale si stabiliscono importanti rapporti di collaborazione e obiettivi comuni.

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