Arci Como Web Tv/ Palinsesto 24 dicembre/ Abby Basiouny/ L’arte africana

ArciComoWebTv dedica questa puntata alle arti africane che vanno dalla pittura alla danza e alla scultura e che per anni se non da secoli, hanno influenzato le culture che risiedono in Africa. L’arte dell’Africa, benché molto variegata, è spesso accomunata da un forte senso religioso, legato allo spiritualismo delle differenti fedi locali. I colori maggiormente impiegati sono il rosso, simbolo della fecondità e della vita e il bianco ed il nero, che invece rappresentando la vita eterna e l’oscurità. Generalmente la rappresentazione del mito non è consistita in un’immagine fantasiosa della divinità, ma piuttosto in figure reali, oppure nelle maschere, usate nei riti protettivi per contrastare le difficoltà della vita e le funzioni civili. Tra le svariate arti africane troviamo le maschere, queste sono un elemento fondamentale della cultura tradizionale e dell’arte dei popoli dell’Africa subsahariana e occidentale. Diverse culture associano a questi oggetti differenti significati specifici, ma sono elementi costanti l’attribuzione alle maschere di significati spirituali, il loro uso nelle danze e in altri riti religiosi, e il riconoscimento di uno speciale status sociale agli artisti che le realizzano e a coloro che le indossano durante le cerimonie. Nella maggior parte dei casi, la creazione di maschere è un’arte che si tramanda di padre in figlio, insieme alla conoscenza dei valori simbolici e religiosi associati. Nella maggior parte delle culture africane tradizionali, chi indossa una maschera abbandona la propria identità e viene trasformato nello spirito che la maschera rappresenta. Questo scopo viene in genere raggiunto con l’ausilio di altri elementi rituali, come certi tipi di musica o di danza e in diverse culture, inoltre, la maschera si accompagna a costumi rituali, che contribuiscono a nascondere l’identità del danzatore o del sacerdote mascherato. Colui che indossa la maschera diventa quindi una sorta di medium che consente al villaggio di dialogare con le proprie divinità, gli antenati, i defunti, gli animali o altri spiriti della natura. Per questo motivo, danze e rappresentazioni mascherate svolgono spesso una funzione propiziatoria in cerimonie e celebrazioni come matrimoni, funerali, riti di iniziazione e feste del raccolto. Fra i rituali più complessi si possono citare le rappresentazioni in costume e maschera di alcuni popoli della Nigeria, fra cui Yoruba ed Edo, che presentano molte analogie con il concetto occidentale di teatro. Un altro esempio e quello dei Dogon nel Mali che posseggono una ricca collezione di maschere, questo perché il loro pantheon e ricco di numerose divinità. Nel 2014 venne pubblicato il libro intitolato “Maschere d’Africa” di Bruno Albertini e Anna Alberghina. Loro, sperimentando e partecipando ad alcuni riti, si sono resi conto dell’importanza che queste usanze e questi costumi hanno le tribù africane e, inoltre, si sono appassionati dei cimeli e degli oggetti nonché di questi riti, che in Africa costituiscono la storia africana, tanto che hanno deciso di condividere la loro passione con la pubblicare del libro. Il libro è una ricerca che mantiene un delicato equilibrio nella valutazione di una ricca e complessa documentazione sulle maschere africane, un lavoro molto interessante, consapevole del fatto che per apprezzare la bellezza dell’arte africana è importante conoscerne la funzione rituale e le radici mitiche.

Il canale youtube Bruno Albertini ci mostra la conferenza sulla presentazione del libro con la partecipazione di Bruno Albertini e di Anna Alberghina.

I Dogon sono una popolazione africana del Mali. Questa popolazione, di circa 240.000 individui, occupa la regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger. Sono prevalentemente coltivatori di miglio, caffè e tabacco e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori. E’ uno dei popoli africani che hanno maggiormente incuriosito il mondo occidentale. Una delle cose più caratteristiche del paese dei Dogon è il villaggio di rocce di Bandiagara, conosciuto come Falesia di Bandiagara, formazione rocciosa che si eleva a 500 metri sul livello sabbioso sottostante ed estesa per 200 Km. Il massiccio finisce con il picco più alto del Mali, l’Hombori Tondo, di 1.115 metri. Qui si possono vedere insediamenti umani risalenti al XI scolo quando sulla Falesia arrivarono i Tellem, popolo di pigmei che vivevano nelle grotte e negli incavi della roccia, arrampicandosi con le corde per proteggersi da eventuali incursioni. Nel XIV secolo giunsero in questa area del Mali i Dogon, in fuga dalle invasioni islamiche, stabilendosi nella Falesia. I tellem vennero così allontanati e si rifugiarono in Burkina Faso. I Dogon nel corso del tempo tramutarono le grotte in luoghi di sepoltura, che apportarono sacralità e al tempo stesso un fascino misterioso alla Falesia. Essa è composta complessivamente da trecento villaggi, cave antiche e tombe. Le maggior fonti che oggi abbiamo di questa tribù lo dobbiamo ai ricercatori Marcel Griaule e Germaine Dieterlen, che vissero a lungo con questo popolo e ciò che appreso, in gran parte, gli venne rivelato dallo sciamano dogon Ogotemmêli. Si narra che questa civiltà derivi da Sirio, infatti Griaule scopri che i Dogon erano già a conoscenza, oltre 400 anni fa, dell’esistenza della stella del Fonio, compagna della stella Sirio, scoperta ufficialmente nel 1844, chiamata oggi Sirio B. e in generale avevano una notevole conoscenza dell’astronomia. Ritenevano per esempio che la luna fosse secca e morta mentre affermavano che Saturno fosse circondato da un anello non visibile ad occhio nudo. Conoscevano anche le lune di Giove e il fatto che i pianeti ruotassero attorno al sole. I Dogon sono animisti e molte delle loro sculture celano significati religiosi. Difatti non vengono esposte al pubblico ma custodite gelosamente nei santuari di famiglia. Queste sculture vengono realizzate secondo processi specifici. Il Dio creatore dei Dogon si chiama Amma e avrebbe generato i propri figli con la sua sposa, la Terra, Yurugu, creata anch’essa da lui. Dall’unione sarebbero nati diversi figli fra cui lo sciacallo, simbolo del disordine, che a sua volta si unì alla madre, provocando le mestruazioni. Da questi incesti e peccati,  i Dogon ritengono discenda la pratica della circoncisione, che serve a purificare il corpo dalla presenza di elementi del sesso opposto. Dopodiché, volendo ristabilire l’armonia, il dio supremo Amma generò Nommo, senza peccato, il quale si trasformò in 4 coppie di gemelli. Uno dei gemelli divenne un ribelle e allora Amma, per ristabilire nuovamente l’ordine, ne sacrificò un altro spargendone i pezzi in tutto il mondo. Laddove i pezzi sono caduti, sono sorti dei santuari. Per quanto riguarda la religione la loro è una religione animista che si esprime in cerimonie e danze rituali, in cui le maschere sono l’elemento più importante. La danza per i Dogon è molto importante ed è anche un modo per vivere la loro mitologia. Difatti i danzatori indossano maschere di legno ispirate alle fasi della cosmogonia inscenando la rappresentazione del creato. Attraverso le maschere il mondo dei morti e degli antenati, secondo la cultura dei Dogon, viene connesso con il mondo dei vivi. Si tratta di maschere indossate sul capo grazie a una corda, abbellite da decorazioni di varia tipologia a seconda dell’utilizzo. Esistono anche maschere ispirate alla quotidianità. Di quello che sappiamo sulla loro religione siamo a conoscenza che la festa più importante è il <<SIGUI>>, che si tiene ogni 60 anni. Durante questa occasione speciale viene intagliata una nuova Maschera a forma di serpente, molto grande, detta <<iminana>>.

Il canale youtube Roberto Busceti ci mostra e ci spiega più da vicino le usanze e i costumi del popolo del Dogon, addentrandoci nei loro riti e usanze che fino ad oggi gli hanno permesso di continuare a vivere.

L’arte africana conobbe nel corso dei primi anni del Novecento una grande fortuna e diffusione soprattutto grazie all’impulso di alcuni artisti, come Picasso. Lui fu uno dei maggior esponenti dell’arte europea e si interessò all’arte africana grazie alla visione di queste opere nelle mostre come ad esempio quella di Bruxelles nel 1897 e quella di Parigi nel 1907. Questo periodo viene definito <<Cubismo>> e per quanto riguarda l’artista spagnolo questo periodo viene soprannominato <<periodo africano>>. Le sculture africane erano molto vicine alle ricerche di Picasso e Braque: i volumi, essenziali, sono modellati secondo precisi piani geometrici; gli elementi del volto sono stilizzati; le loro proporzioni non sono basate su principi di verosimiglianza, ma di astrazione. Picasso seppe cogliere nell’arte africana l’espressione di un diverso rapporto tra uomo e natura, dato da immediatezza, semplicità e sintesi delle forme. Il linguaggio della scultura, in particolare, era costruito su segni codificati: un rettangolo per la bocca, un cilindro per gli occhi, un foro delle narici per il naso, e così via. Agli artisti dell’Occidente piaceva dell’arte africana soprattutto il linguaggio potente, stilizzato e fortemente espressivo. Le figure femminili con le loro forme prominenti ed enfatizzate suggeriscono armonia e fertilità, mentre le figure maschili o di animali esprimono forza e virilità. L’arte africana risulta soprattutto simbolica; maggiormente tesa a esprimere concetti che va rappresentare accuratamente la natura. Di rado, nell’arte africana, un oggetto veniva creato solo per essere guardato, la sua bellezza era proporzionale al ruolo che svolgeva nella vita dell’uomo e al legame con il potere e la religione. Per questa ragione l’arte africana viene anche considerata un’arte utile, le maschere, le statuine e altri oggetti rituali, infatti, non hanno solo una funzione stilistica.

La pagina youtube Giuseppe Maci Art oggi ci parla di Picasso e della sua attrazione verso l’arte africana che venne poi rinominata Cubismo per le caratteristiche geometriche delle loro opere.

Ife è una città della Nigeria, situata nel sudovest del paese, nello stato di Osun. La sua popolazione ammonta a circa 600.000 abitanti. Per quanto riguarda le loro opere realizzarono delle vere e proprie creazioni naturalistiche in pietra, terracotta, ottone e lega di rame lanciarono in Africa un nuovo, ricco stile artistico ancora sconosciuto, dove il soggetto delle sculture varia dai giovani agli anziani, dalle donne ai ragazzi, dai ricchi ai poveri, dalla salute alla malattia, dal dolore alla gioia. Tra tutte spicca la maschera del re di Ife, dal nome suggestivo, Obalufon II, realizzata in bronzo, che rappresenta una delle immagini più imponenti di tutta l’arte di Ife. Alcuni frutteti sacri, in particolare quello di Ore, con i suoi monoliti di pietra, figure umane e di animali, e quello di Iwinrin, dove sono stati rinvenuti frammenti di statue a grandezza naturale e teste in terracotta, hanno conservato per secoli le più grandi creazioni artistiche di Ife. In altri siti, come quello di Ita Yemoo, sono state trovate due opere estremamente realistiche: la statua completa di un re e una testa di regina in terracotta. Un elefante in terracotta e la testa di un ippopotamo, adorna di perle e gioielli, provengono dal cimitero reale di Lafogido. Nelle sculture, soprattutto nelle figure umane, si ritrova un mondo raffinato e sereno, ma anche multiforme. Molte teste in terracotta, ad esempio, sono decorate con disegni sul volto. Alcune hanno striature particolari, forse indicanti diverse origini etniche e appartenenze a gruppi sociali anche esterni al regno. Altre, ancora, sono impreziosite di insegne regali o gioielli, a indicare il loro elevato stato sociale. Una straordinaria serie di teste, quasi a grandezza naturale, in lega di bronzo, rivela una uniformità idealizzata di tratti, anche se ogni pezzo possiede chiare caratteristiche individuali. Alcuni studiosi hanno pensato che si tratti di sculture prodotte in uno spazio di tempo relativamente breve, e forse addirittura in un unico laboratorio artistico; qualcuno si è spinto a ipotizzare che si tratti di una serie di teste associate ai rituali connessi con l’ascesa al trono o la successione di nuovi re di altre città-stato yoruba, legate però a Ife da rapporti politici e commerciali.

I canali The Guardian e Elena Chacòn ci mostrano le opere realizzate dagli Ife spiegandocele e mostrandocele grazie all’evento Kingdom of Ife tenutosi nel marzo 2010 e che per tre mesi ha permesso di realizzare una grande mostra al British Museum di Londra che ha permesso ai visitatori di osservare 100 sculture in esposizione della città-stato nigeriana, in collaborazione con la Commissione nazionale dei musei e dei monumenti della Nigeria

Arci Como WebTV continua domani. [Dario Onofrio, ecoinformazioni]

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